Il mio rientro di domenica 15 marzo è stato un po' “traumatico”.
Febbre, cervicale e un volo verso casa
Tutto inizia il sabato notte, quando percepisco che qualcosa nel mio stato fisico non va: mi sento molto stanco, gli occhi sono lucidi, ho piccoli brividi di freddo. Il mio primo pensiero non è il coronavirus, ma il fatto di non poter tornare a casa: per precauzione prendo una tachipirina e torno a dormire. La mattina dopo va tutto normale, mi reco in aeroporto per la partenza, e si decolla — ma durante il volo, complice l'aria condizionata, comincia il mio tormento più grande: la cervicale. Cervicale e febbre che non mi lasceranno in pace fino a oggi, martedì 17 marzo.
Autostrada deserta, polizia e ambulanze
Ad aspettarmi in aeroporto c'era il taxi prenotato giorni prima, non appena il governo aveva emanato un decreto molto restrittivo. Il tragitto è stato il mio primo vero impatto con la realtà dei fatti: autostrada deserta, polizia ovunque, e ambulanze — proprio quelle sirene che hanno fatto da sottofondo alle mie prime due notti a casa, a tutte le ore del giorno e della notte. Solo ora mi rendo conto di quanto sia seria la situazione, e che dobbiamo davvero fare la nostra parte restando a casa, altrimenti ospedali, medici e infermieri rischiano di collassare per il numero di persone infette. Quel personale medico che sta dando anima e corpo per la propria professione merita, quando tutto sarà finito, un riconoscimento giusto e dovuto. Un giorno torneremo ad ammirare e fare il bagno in acque cristalline, ma per ora il nostro dovere è aiutare noi stessi e gli altri: restando a casa.

