Il rum non nasce in un laboratorio e nemmeno da un’idea brillante messa su carta. Nasce per caso, come succede spesso alle cose migliori, tra il caldo dei Caraibi, l’odore intenso della canna da zucchero e il lavoro quotidiano nelle piantagioni. Tutto comincia quando qualcuno si accorge che la melassa, quel residuo scuro e appiccicoso della lavorazione dello zucchero, lasciata riposare fermenta da sola. A un certo punto qualcuno decide di distillarla, forse per curiosità, forse per necessità, forse solo per non buttare nulla. È così che, nel Seicento, nelle isole dei Caraibi, prende forma quello che oggi chiamiamo rum. All’inizio non era elegante, non era morbido, non era nemmeno pensato per essere “buono”. Era forte, ruvido, spesso difficile da bere. Un distillato fatto per durare nei viaggi in mare, per scaldare, per essere scambiato nei porti, per accompagnare una vita fatta di fatica e lunghi giorni sotto il sole. I primi a produrlo non furono nobili o scienziati, ma lavoratori delle piantagioni, coloni, marinai. Il rum cresce insieme alla storia dello zucchero e, nel bene e nel male, anche a quella delle rotte commerciali e delle piantagioni caraibiche. Con il tempo però qualcosa cambia. Le tecniche migliorano, la distillazione diventa più precisa, si capisce come separare meglio le parti del distillato, come renderlo più pulito, più bevibile. Si scopre poi che il tempo può fare miracoli: il rum messo in botti di legno si trasforma, perde aggressività, acquista profumi nuovi, diventa più complesso. Nascono così i primi rum invecchiati, e da quel momento il rum smette di essere solo un prodotto “funzionale” e inizia a diventare un piacere. Oggi il rum è il risultato di un processo affascinante ma semplice nella sua logica: canna da zucchero, melassa o succo di canna, fermentazione, distillazione e, per molti, invecchiamento. Cambiano però i dettagli, ed è lì che nasce la magia. Alambicchi tradizionali o colonne moderne, fermentazioni brevi o lunghe, botti nuove o già usate, climi caldi che accelerano il tempo. Ogni scelta lascia un segno nel bicchiere. Nei Caraibi, e in particolare nella Repubblica Dominicana, il rum non è una moda recente ma una tradizione viva. Qui la canna da zucchero fa parte del paesaggio e il rum è sempre stato una presenza quotidiana, prima nei villaggi e poi nel mondo. Dalla fine dell’Ottocento, le distillerie dominicane iniziano a farsi conoscere fuori dai confini dell’isola, costruendo uno stile riconoscibile: rum equilibrati, rotondi, facili da bere ma non banali. Oggi il rum dominicano viaggia ovunque, dagli Stati Uniti all’Europa, ed è apprezzato sia liscio sia nei cocktail, ma resta profondamente legato alla sua origine. La differenza tra il rum di ieri e quello di oggi è tutta qui: prima era una necessità, oggi è una scelta. Prima era un sottoprodotto, oggi è un distillato che racconta territorio, clima e cultura. Bere rum oggi significa assaggiare una storia lunga secoli, fatta di canna da zucchero, di sole, di mani che lavorano e di tempo che passa lentamente dentro una botte. È un prodotto semplice solo in apparenza, ma capace di parlare a chi ha voglia di ascoltare, un sorso alla volta.



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